Vi è mai capitato di stare soli per un po’, di staccare da tutto e tutti e di immergervi in ciò che per voi è più rigenerante?

 

Mi riferisco alla camminata in un bosco, un prato, lungo un fiume; alla contemplazione di un quadro, un’armonia, una sinfonia, alla lettura di una serie di libri…

Oltre al ristoro che deriva dalla bellezza di cui siamo testimoni, che cosa ci arriva?
Superiamo il momento in cui siamo investiti dall’iniziale beltà, restiamo li, in ascolto.
Qualche giorno fa mi ha colpito una famosa citazione da cui possiamo prendere spunto:

Come l’albero accanto al fiume in piena, sto! — Salvatore Brizzi (@salvatorebrizzi) 14 Novembre 2013

 

Sia che si avverta la meraviglia del creato, sia che ci si senta soli e senza uno scopo, comportiamoci come una pianta saggia e forte, manteniamoci fermi e saldi nelle nostre radici affondate per bene nel terreno.

 

Se abbiamo abbandonato la vana speranza di fuggire da noi stessi; l’ascolto, la percezione di queste atmosfere e del silenzio che permea questi spazi può essere di grande insegnamento, ci può dire molto, ci può dare tanto.
Quando siamo li, a mio avviso, possiamo avvertite il canto degli angeli o le urla dei demoni.

 

Se percepiamo attorno un muro di gomma, una cupola, una corazza e non vediamo altro che assenza di creato; cosa possiamo fare in quel caso?

Possiamo percepire la novella che ci rende unici, il misticismo che ci apre gli occhi.

 

Siamo chiamati ad osservare che la realtà della sofferenza è creata da una parte di noi, una parte che urla per venire ascoltata, che brama (e non siamo noi a bramare, bensì questo eco del vissuto) per arrivare alla fiamma della presenza.

 

Possiamo ringraziare e gioire perché un dio è qui con noi anche se lo assaporiamo come un Diavolo.
Ok ma praticamente cosa possiamo fare? Potremmo, ad esempio, voler usare le pratiche di E.F.T. per imparare a gestire il lato emozionale e acquisire maggiore libertà.

 

Se abbiamo infranto o riusciamo a infrangere il muro dell’illusione di separazione, in quello stato di presenza, ci accorgiamo che sopra, sotto, a sinistra, a destra, dentro, fuori, nel passante, nel rumore poco più in là, nel ruscello… Ci siamo sempre noi, c’è sempre una parte in connessione con la nostra onnipresenza.

 

Rappresentiamo il vuoto e il pieno allo stesso tempo.
Ci siamo lasciati alle spalle un grosso peso e mentre siamo concentrati sul nostro oggetto di contemplazione ci troviamo nel paradiso nel nulla e del tutto.

 

Il dolore nella solitudine è contemplato come insegnante che ci dice dove crediamo di essere.
Possiamo benedire la strada che ci indica il nostro “amico” perché consiste in una vista sulla mappa del tesoro perduto.

 

Ultimamente mi trovo a ringraziare le sensazioni di perdita e di eccesso perché mi stanno rimettendo sulla retta via e con questo elogio vorrei condividere un po’ del succo che porta con sé la trasformazione e l’ascolto dell’Essenza.

 

Ringraziando l’inverno alle porte, possiamo cogliere un’occasione per lasciar andare il vecchio e rinascere al nuovo, aprirci a morire in ciò che vogliamo smettere di essere.
Possiamo abbracciare questo meccanismo noi tutti.

 

Pensate a quando succede qualcosa di forte, di imprevisto, di stravolgente oppure una forte volontà vi spinge a cambiare di netto.
Non stiamo forse morendo al vecchio per accogliere il nuovo?

Apriamo le porte a ogni nuova Pienezza dell’Essere

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